Storia di DCA: da una costante insoddisfazione corporea all’autoritratto terapeutico

da | Apr 23, 2024 | interviste | 0 commenti

Eccomi a pubblicare un’altra intervista del progetto STORIE DI, un appuntamento mensile su Instagram sottoforma di intervista in diretta.

In questa prima intervista puoi trovare lo scopo di queste interviste.

La professionista che ho intervistato in questa seconda intervista è Marina di @nevertoobeautiful, Content/UGC Creator.

In questa intervista della categoria STORIE di vulnerabilità, Marina racconterà sua storia di vulnerabilità con i DCA e di come attraverso la pratica fotografica dell’autoritratto ha potuto dare voce a questa emozione.

INTERVISTA LIVE

Clicca su play e fai partire l’intervista.

TRASCRIZIONE INTERVISTA

MARINA | N.O2

Ciao Marina e benvenuta, in questa intervista vorrei parlare della tua storia di vulnerabilità con la dismorfofobia correlata a disturbi alimentari e di come, attraverso l’autoscatto fotografico, hai dato voce a questa emozione. Ti ho voluto in questo progetto di interviste perché ammiro come hai saputo accogliere una tua vulnerabilità per poi farla evolvere in qualcosa di utile ad altre donne.

Inizierei l’intervista da questa frase: Mi sentivo “nonabbastanza” invece ero molto di + (e lo sei anche tu). Qual è il valore di questa frase? Quando è nata questa consapevolezza?

Il mio è un percorso in evoluzione.

I primi 2 anni di Instagram mi chiamavo con il mio nome ma non rappresentava la mia creatività così all’inizio del 2015 mi venne la definizione di “mai troppo bella” ed era anche il periodo in cui mi stavo rendendo conto che avevo avuto un problema. E quello che sentivo era di non essere mai troppo bella (interiormente ed esteriormente) e da allora mi chiamo #nevertobeautiful.

Mi sentivo #nevertobeautiful ma poi nel tempo ho capito di essere #morethanbeautiful (sempre bella). 

Nella condizione di non sentirmi abbastanza mi sentivo non meritevole, non meritevole del giusto amore, delle giuste soddisfazioni. Sentivo di non meritare. Ecco, imputavo i miei insuccessi a non essere abbastanza.

Un malessere, un buco allo stomaco.

Non abbastanza quindi è la condizione in cui si sentono moltissime donne (e uomini, ma amo rivolgermi alle donne perché la mia community è composta da donne incredibili), prima di cambiare la prospettiva da cui vedono le cose. E se fosse il mondo a non essere abbastanza per noi? Ecco, mi piace infondere questo messaggio di forza e potere ❤️

Se rivedo la me-ragazza è come se oggi non la rivedessi in me.

Nel 2020 cosa ti ha portato a togliere il trucco, i filtri, le postproduzioni al viso e al corpo per lasciare che la tua personalità emergesse?

Il mio disturbo mi ha portata a non percepire il mio corpo per come apparisse nella realtà ma a vederlo sempre imperfetto. 

Partiamo da un presupposto che ha origini dalla mia infanzia.

Sono sempre stata una persona avvenente, che si fa notare perché  sono molto alta formosa e di questa cosa io ho sofferto tantissimo. In quel periodo, essendo anche una ragazzina insicura, il fatto che  in mezzo a tanta gente non passavo inosservata mi faceva stare peggio. Mi  faceva sentire ancora più sbagliata, con le persone sbagliate e nel corpo sbagliato, e quindi diciamo che tutta la mia evoluzione e anche la mia regressione, quando 10 anni fa  sono sprofondata in alcune problematiche disturbi alimentari, sono state la risposta, il mio riscatto rispetto a questa mia condizione fisica.

Io dicevo a me stessa: ti faccio vedere che diventerai, puoi diventare  un’altra persona, puoi addirittura quasi scomparire nessuno ti guarderà più.

In quel periodo non avevo proprio più nessuna caratteristica fisica che avevo sempre avuto! Modificavo le mie foto, mi rimuovevo le cicatrici del volto. 

Il fatto che io volessi dimostrare a me stessa di poter essere capace di entrare in una taglia conforme o di essere conforme a quello che la moda e l’industria della bellezza ci diceva che dovessimo essere, era diventata prima una sfida (ci arrivi) e una volta che ci ero arrivata mi sono detta: <<e quindi adesso cosa accade?>> O sprofondavo dentro qualcosa di veramente cattivo e nocivo, oppure iniziavo ad andare indietro (e ci ho messo 10 anni).

In quegli anni mi iniziavo a rendere conto di come non era necessario utilizzare dei filtri… Quando uscivo con gli amici, mi sentivo come se tutti stessero guardando me perché nelle storie di IG mi facevo miliardi di storie con i filtri e poi pensavo che dal vivo fossi diversa.

Durante questo percorso ho iniziato anche a sentirmi un pò “ ridicola” nei confronti di quella scelta e quindi volevo dire a tutte le donne che il mondo della bellezza ci stava solo prendendo in giro. Mi sentivo felice di divulgare tutto questo.

Quando invece durante il lockdown, 5-7 anni dopo la mia regressione,  ero già in una fase in cui stavo uscendo, stavo molto meglio, seppur non proprio al massimo del mio splendore interiore,  lì mi sono sentita sentita di dire:  io sono così, ho l’acne,  ho le cicatrici, la cellulite, eccetera. Sembrava una falsità, essere perfetti, mostrarsi precisi e bellissimi in una condizione di blocco in cui tutti eravamo in casa. Mi sentivo ridicola, e lì ho capito che era quello il momento. Ero in casa, ero nella mia semplicità e volevo farlo vedere. 

Così ho provato un giorno a manifestarmi con quelle che fino ad allora erano per me imperfezioni, e da allora non sono mai più tornata indietro. 

E la cosa bella è che, mai nella vita, mi sono vista più bella di ora. 

Per me è stato un momento di purificazione, un ripulirsi del modo in cui io “banalizzavo” la mia persona. Ho voluto dimostrarlo anche a me stessa. Mi sono sfidata ed è stato bellissimo.

Sui social hai spesso parlato della tua storia con i disturbi alimentari. Se per te non è doloroso, ti va di raccontare qualcosa? (Di cosa hai sofferto… quando e come l’hai capito…🖤)

Sono molto felice di parlarne. Io ho sofferto sia di anoressia, prima, che di binge eating dopo. Erano entrambi aspetti di un unico profondo problema: il dismorfismo corporeo. 

“Il disturbo di dismorfismo corporeo è caratterizzato da preoccupazione per difetti percepiti nell’aspetto fisico che non è evidente o sembra lieve ad altre persone. La preoccupazione per l’aspetto deve causare sofferenza clinicamente significativa o compromissione del funzionamento”. 

Ero ossessionata dal mio aspetto, credevo fosse necessario per essere amata, per lavorare, per vivere. Mi privai dapprima di tutto il cibo possibile, perdendo così 35 kg in 1 anno diventando anoressica in brevissimo tempo (partendo da una condizione di assoluto normopeso) 

In quegli anni, nonostante la caduta di capelli, l’amenorrea e la gente che mi fermava per strada chidendomi come stessi, io non me ne rendevo conto.

Me ne resi conto solo quando mia madre guardandomi, dopo 7-8 mesi che non ci vedevamo, si mise a piangere; e lì mi chiesi il perchè. Da quel giorno iniziai a mangiare ma, facendo tutto in autonomia senza l’aiuto di terapisti, lo feci in maniera sconsiderevole (abbuffandomi) e così dall’anoressia passai al binge eating.

Nella mia testa il meccanismo era: <<se mangi e metti qualche chilo nessuno mi scoccerà più e mi dirà che sono magra>>.

Dall’esterno, gli altri mi vedevano mangiare e io al contempo confermavo la mia teoria del “visto che mangio, non c’è niente da preoccuparsi”. Nonostante volessi far credere che tutto andava bene, io mi pesavo più volte al giorno per capire come il mio corpo reagiva.

Insomma un brutto periodo. Se ci penso ora mi verrebbe solo da abbracciare quella ragazza, e rassicurarla che un giorno non ci penserà davvero più.

I modelli di bellezza, ma soprattutto di PERFEZIONE imposti dalla società,  quanto hanno influito nella tua storia e quindi nel tuo rapporto con il corpo?

Totalmente. Mi lasciavo influenzare da ogni pubblicità, ogni trasmissione, ogni foto, ogni amica. Non ho mai pensato che potesse essere nocivo finché ho visto cosa da sola ho creato al mio corpo pur di entrare in quei ristrettissimi canoni.

Non capivo che all’interno di quel mondo c’erano atteggiamenti che generavano sentimenti di insicurezza, pensieri di dubbio rispetto a ciò che anche io avrei dovuto fare per rientrare in quel canone. 

Oggi ho capito che qualsiasi forma abbia il corpo non ha importanza perché fa talmente parte di noi e della nostra essenza che è quando stiamo bene in quel corpo  che finalmente ci vediamo belli. Questa bellezza però dipende tanto dall’amore che riusciamo ad avere verso di noi.

Invece, in quella cerchia di mondo, ero vuota, triste e non avevo ottenuto che tanta sofferenza. 

Posso chiederti se hai mai intrapreso un percorso psicologico o psicoterapeutico? Se hai avuto paura di essere giudicata per questa scelta? E se lo consiglieresti?

Non l’ho mai intrapreso ed è l’unica cosa che cambierei, perché un percorso durato 10 anni poteva essere bloccato molto prima se solo avessi avuto la forza di parlarne e di non sentirmi in difetto o sbagliata. 

Per fortuna questo stigma lo stiamo egregiamente superando e ne sono felicissima.

Bisogna farsi seguire, bisogna parlare, bisogna aiutare. 

Come contribuisci a essere un riferimento per tante donne che stanno vivendo un rapporto conflittuale con se stesse e con il proprio corpo? C’è una relazione tra:
– la tua storia e l’autoritratto (o come lo definisci tu “autoscatto della posa”)?
– la tua storia e la tua passione per la moda ed estetica (di cui parlo spesso nei social)

Assolutamente la fotografia è stata la mia vita. L’autoritratto per l’esattezza. Nonostante il dismorfismo, il mio essere estremamente magra, ero orgogliosa del mio aspetto in foto; lo ero talmente tanto da sentirmi dapprima “non io” e dopo “proprio io”.

È un discorso complesso, lo capisco, ma era come se in foto vedessi un’altra donna e mi sentivo orgogliosa di aver scattato io quella foto.

Anni dopo, quando sono uscita dai miei grigi tunnel, ho scoperto che ero io sia quella rappresentata in foto che quella dietro lo scatto. 

In quel momento, ho capito quanto fosse potente quell’arma (autoritratto come terapia).

È stato molto terapeutico capire che fossi io, capire che una persone che non si sente bene nel suo corpo può invece esprimere con una foto un suo sentimento (che sia una gioia, un dolore, un posto, la bellezza di un posto, la bellezza di un vestito o di un corpo). Ciò che di bello vedevo in quelle foto non lo attribuivo più solo alla fotogenia ma alla capacità di raccontare chi fossi attraverso una foto, di riconoscermi.

Questo potere l’ho veramente realizzato grazie all’autoritratto perché è apprezzando la fotografia di me stessa che io ho iniziato a pensare a me stessa, quindi la ringrazio, la ringrazierò per sempre e un po’ ringrazierò il fatto di averlo sempre fatto inspiegabilmente.

Qualsiasi evoluzione del mio corpo io abbia avuto era rappresentata in foto, e mi faceva rendere conto che nonostante le forme del mio corpo (nei diversi momenti della mia vita) quella rappresentata ero sempre io. 

La moda e l’estetica sono una grande passione. Rispetto all’epoca dell’ anoressia ho riacquistato ogni kg che avevo tolto e grazie alla passione per il vintage che mi appassiona moltissimo, ho imparato a valorizzare un corpo che prima non volevo mi appartenesse.

Ti andrebbe di raccontare praticamente come ti esprimi con l’autoritratto? Sono autoritratti pianificati o spontanei? Come organizzi la scena e gli ornamenti? E soprattutto che ruolo hanno le POSE?

Alcuni miei autoritratti sono stati concepiti almeno 2-3 anni prima; questo perché io non scatto se non ho tutto esattamente com’è nella mia testa. Se io penso a una foto, quella foto continuerò a pensarla per tutta la vita in quell’esatto modo finché non la realizzo.

È come se avessi delle caselline con all’interno tutte le foto che voglio fare.

Naturalmente mi scrivo i dettagli di queste foto per avere un’idea del materiale che mi devo procurare (un abito, una parrucca di un colore particolare…)

Poi si passa alla location, in questo caso ci sono due modalità:

  • se sono autoritratti in viaggio è tutto molto spontaneo (es. vedo un albero e con quell’albero ci creo qualcosa)
  • se sono autoritratti artistici, allora pianifico in precedenza dove andare e quando scattare (es. se a quell’ora ho visto una luce che mi piaceva in un determinato luogo, io ritornerò per scattare in quel luogo)

Hai mai palesato i tuoi sentimenti di insicurezza e tristezza con un atteggiamento forte, per paura che la tua vulnerabilità potesse essere giudicata? Se sì, come vivi oggi la tua vulnerabilità.

Io amo molto esprimermi in ogni forma. Amo ridere e amo piangere, amo essere forte ed amo essere debole. Quando ero malata di DCA però mi vedevi solo sorridere, perché non ero capace nemmeno di capire che avessi un problema profondo. È questo il vero danno, a volte noi stessi non capiamo di aver bisogno di aiuto, perché non riconosciamo i nostri demoni.

Ti ringrazio per avermi dedicato una parte del tuo tempo.
Spero che questa intervista possa supportare (anche solo emotivamente) altre donne a non sentirsi inadeguate e insicure ma capaci di avere clemenza e amore per se stesse e il proprio corpo, proprio come hai fatto tu attraverso l’autoscatto.

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