L’ autoritratto fotografico come cura

da | Feb 22, 2022 | autoritratto terapeutico, fototerapia e fotografia terapeutica | 0 commenti

Il tema dell’autoritratto è da sempre oggetto di interesse e di approfondimento sul piano storico-artistico.

In campo pittorico, la diffusione dell’autoritratto risale al Medioevo fino a raggiungere la sua massima espansione nel corso del Rinascimento, periodo in cui si evolve la visione e riscoperta dell’uomo e della sua individualità.

Tra gli artisti che si dedicarono alla raffigurazione di sé troviamo sicuramente Van Gogh, il quale tra il 1886 e il 1889 attribuisce alla sua arte una forte valenza psicologica. Attraverso la pittura rivolge lo sguardo su stesso e diventa capace di esplorare le inquietudini che tormentavano la sua Anima.

L’ artista fu infatti definito “pittore tormentato e incompreso”.

 

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In campo fotografico invece, il  primo autoritratto risale al 1839, quando Robert Cornelius, pioniere della fotografia statunitense, realizzò un dagherrotipo di sé stesso. Sul retro dell’originale si legge: «The first light picture ever taken» (Il primo ritratto di luce mai eseguito)

Tra gli artisti che hanno utilizzato la fotografia come indagine di sé, cito la mia preferita: Francesca Woodman.

La fotografa, definita “l’ artista fragile”, dall’età di 13 anni fino ai 22 (età in cui decise di mettere fine alla sua vita) realizzò una serie di autoscatti in cui il suo corpo nudo – ma mai rivelato del tutto – era in continuo dialogo con l’ambiente e alcuni oggetti. Nelle sue fotografie c’è una continua esplorazione del rapporto tra presenza e assenza; c’è sempre qualcosa di nascosto come se il suo dolore “presente” dovesse essere “celato”.
Mi sono sempre chiesta: “Quanto quel nascondersi, quel suo movimento sfocato erano forse un urlo di aiuto. Quanto in quel momento aveva bisogno di essere protetta?”

“Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza”.


Francesca Woodman

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Nella storia dell’ autoritratto, l’arte e la fotografia diventano quindi spazio di esplorazione e ascolto della propria Anima.
Dopo questa breve introduzione sull’autoritratto in campo pittorico e fotografico; ciò su cui voglio focalizzarmi nelle prossime righe, è  il valore terapeutico dell’autoritratto fotografico.

Ti sei mai chiestə quali sono le motivazioni che spingono l’uomo (in quanto essere e non genere) a ritrarre se stessə?

 Forse una motivazione narcisistica ed esibizionistica? Legata al bisogno di “guardarsi”, “mostrarsi” o ancor più di “essere guardatə dagli Altri”?

“Io mi autoritraggo per il piacere di guardarmi!” 
“Io mi autoritraggo per il piacere di mostrarmi, per il piacere di essere guardatə!”

 Una motivazione introspettiva e intimista? Legata all’incontro con se stessə, con le proprie emozioni e sensazioni?

“Io mi autoritraggo per il bisogno di/per la necessità di…”
“Io mi autoritraggo per esprimere…”
“Io mi autoritraggo per liberarmi da…”

Queste sono solo alcune delle motivazioni. Ciascun Essere, consapevolmente, ha la sua motivazione, più o meno narcisistica o forse intimistica.

 La mia è “Io ci sono!”, “Io esisto!”.

È una motivazione legata a una continua ricerca, affermazione e controllo di me stessa. La necessità di lasciare una traccia visibile. Il bisogno di colmare l’angoscia del tempo che se ne va e che porta con se. Colmare quell’immenso vuoto tra il prima, l’ora e il poi.

È qui che l’autoritratto diventa la mia terapia, ma come piace definirla a me una “fotografia che (mi) cura”.

Per tutta l’adolescenza ho scattato narcisisticamente fotografie a me stessa, oggi le riguardo e scopro che in quelle fotografie, invisibilmente, c’era anche la parte più intima di me. 

Scattavo senza sapere che la fotografia sarebbe diventata il mio modo di autocurarmi, di liberarmi da quei taciti conflitti che portavo dentro.

Qual è quel filo invisibile che unisce l’autoritratto alla sfera personale?

Quel filo invisibile che unisce questi due mondi è il profondo bisogno di raccontarsi e di osservarsi. Di essere al contempo attore (per raccontar-si) e spettatore (per osservar-si).

Quando realizziamo un autoritratto non siamo di fronte all’Altrə ma di fronte a noi stessə.

Se da un lato l’immagine, come la parola, diventa strumento di comunicazione della propria interiorità, del proprio Essere; dall’altro lato, diventa medium per osservare se stessə attraverso una prospettiva visiva altrui. 

Un autoritratto che si trasforma in ritratto di sé, in cui il soggetto è anche oggetto.

Ma l’autoritratto è anche “spazio del sentire”, spazio per ascoltare le proprie necessità.
Ti sforzi a guardare dentro la tua interiorità, a scoprire di cosa hai bisogno, di quali sono le parti mancanti, e di quali sono i frammenti della tua Anima che necessitano di essere nuovamente reintegrati. Un viaggio silenzioso e a volte turbolento che richiede tempo ma anche coraggio: il coraggio di conoscersi,  di ascoltarsi, di esplorarsi e di espandersi.

Quindi cosa rende l’autoritratto terapeutico?

Ciò che attribuisce un valore terapeutico all’ autoritratto è il processo che lo caratterizza.
Un processo in cui il soggetto decide di porsi delle domande:

  • Cosa sono?
  • Cosa penso e sento di essere?
  • Cosa vorrei essere?

o

  • Come mi vedo io?
  • Come mi vedono gli altri?
  • Come vorrei che mi vedessero gli altri?

Un processo che, come ho già detto, diventa occasione per esplorare, scoprire il nostro mondo e prenderne consapevolezza. È perdita della propria identità, della propria immagine ma anche ritrovamento di esse.

Un’apertura verso noi stessə, verso l’Altrə e verso il mondo.
Una modalità per confrontarci e dar voce a questi mondi ai quali apparteniamo.

Il corpo si specchia ritrovando la “nudità” della sua Anima.

 Un corpo può essere scoperto, spogliato, ma non potrà mai essere nudo… Perché la “nudità” non si riferisce ai centimetri di pelle offerti allo sguardo di un passante, ma alle emozioni, ai pensieri, ai sentimenti.
Solo nella misura in cui abbiamo il coraggio di svestire la nostra anima possiamo mostrare la nostra essenziale nudità e far dono della nostra peculiare bellezza.


Filomena Piccirilli

Come realizzo un autoritratto?

Ci sono volte in cui l’autoritratto è pianificato altre in cui è istintivo.

Ma attenzione…cosa significa pianificare?

Se ti sei iscrittə alla mia newsletter e hai scaricato il mio workbook “Oltre la Lente” avrai già letto queste parole:

Pianificare una fotografia non significa realizzare una fotografia tecnicamente corretta. Pianificare una fotografia significa “pensare” a cosa voglio raccontare con quella fotografia. 

Perché voglio scattare questa foto? Come posso scattare questa foto? Quali saranno gli elementi che parleranno di quell’argomento (o di me)?

La fotografia pianificata è qualcosa di più razionale, qualcosa di cui TU hai già una certa consapevolezza e vuoi “buttarla fuori”, vuoi raccontarla ed esprimerla anche all’Altrə. 

Qui sono la tua mente e il tuo occhio che decidono!

A volte, scrivo istintivamente i pensieri e le sensazioni, rileggo tutto, per poi sottolineare e/o cerchiare le parole che più richiamano la mia attenzione. Quelle parole diventano il punto di inizio del mio autoritratto.

Altre volte, invece, abbozzo graficamente/artisticamente ciò che vorrei scattare, focalizzandomi anche sugli elementi che vorrei inserire.

Ma cosa accade invece quando concedo il potere di scelta alla mia parte più viscerale e istintiva? Semplicemente ascolto il mio corpo, lasciandomi guidare dalle mie sensazioni e dando voce alle parti silenziose di me.

L’autoritratto diventa la mia parola.

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© Silvia Previtera

Quali sono le tappe che percorro nel mio viaggio silenzioso e che potresti percorrere anche Tu?

Personalmente, nel tempo, ho capito che sono cinque gli step fondamentali nell’incontro tra Io e Me. 

  • Rifletter(si)
    Comporta mettersi faccia a faccia con se stessə; iniziando a riconoscere le molteplici sfaccettature di Se.
  • Orientar(si)
    E’ un passaggio fondamentale perchè, spesso, nel momento in cui si diventa consapevoli di queste molteplici sfaccettature di Se entra in gioco una domanda “Chi sono veramente Io?” Uno, Nessuno o Centomila? 
  • Perder(si)
    L’esigenza di doversi riconoscere in una delle molteplici sfaccettature porta a scoprire il mistero delle ombre: quelle ombre ci appartengono e non possiamo nasconderle… Così ci si perde tra le ombre, in cerca di una via d’uscita. 
  • Ritrovar(si)
    Solo attraverso l’integrazione di quelle ombre con le nostre luci possiamo finalmente ritrovare la via d’uscita e gioire della nostra interezza.
  • Trasformar(si):
    Ritrovare la propria interezza diventa l’inizio della nostra evoluzione.
    Trasformarsi non significa dimenticarsi di Essere ma, come disse una mia paziente, ESPANDERSI e dare voce al nostro Io autentico.

Attraverso queste tappe il nostro sguardo intenzionale osserva dall’esterno ciò che risiede all’interno, accompagnandoci mediante un linguaggio per immagini a ritrovare, esprimere e cogliere la consapevolezza di chi siamo, a dare un’immagine, un volto alla nostra identità.

L’obiettivo diventa specchio e giudice di noi stessə.

Esercizio di fotografia terapeutica per Te

Hai voglia di intraprendere un viaggio interiore e di utilizzare un mezzo narrativo alternativo alla parola per esplorare il tuo mondo interiore e raccontare la tua storia?

Ti propongo un esercizio:

Chiudi gli occhi, fai un respiro e ascolta silenziosamente le parole che più risuonano in Te.
Adesso, ricordandoti i 5 step del mio viaggio interiore, scattati un autoritratto (no selfie) dove esprimi la parola che più risuonata silenziosamente in TE. 
Successivamente, prova a elaborarlo artisticamente in modalità digitale o cartacea. 

Che cosa provi osservandolo?

Se vuoi, puoi condividere il tuo autoritratto e le tue riflessioni taggandomi sui social o rispondendo a questa email.

COSA POSSIAMO FARE INSIEME?

In alternativa, se sei una donna e desideri approfondire questo tema, posso offrirti il percorso di autoritratto fototerapeutico  “Anime”.

Se, invece, sei un uomo interessato alla pratica dell’autoritratto scrivimi e valuteremo insieme la possibilità di un percorso su misura in grado di indagare e di entrare in contatto con la tua parte più profonda.

Grazie per essere arrivatə fin qui, se vuoi condividere con me le tue riflessioni, il tuo punto di vista sull’argomento o le sensazioni provate durante l’esercizio di fotografia terapeutica scrivimi a info@silviaprevitera.it.
Se invece desideri ricevere maggiori informazioni sui miei servizi di Fotografia e Psicologia puoi scrivermi o prenotare una chiamata conoscitiva. Saprò consigliarti il servizio più adatto per Te.

Un abbraccio,
Silvia

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